12/2016 - I Racconti del Dottor Nasello - Massimo Ivaldo

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Un sorriso li rende più forti

Massimo Ivaldo
Pubblicato da in Racconti ·
Domanda: si possono  raccontare 15 anni di lavoro in 20 minuti?
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Difficile condensarli anche perché le emozioni... espandono ma ci provo. E quindi inizio da… C’era una volta… Un Colibrì! Scoppia un incendio nella Foresta, così, il Colibrì, il più piccolo volatile che c’è, scende verso il lago, riempie il suo becco e torna a volare nel cielo, poi si dirige verso le fiamme e lascia cadere l’acqua che ha raccolto. "Cosa vuoi fare tu?", lo prende in giro il Leone, il Re delle Foresta. "Tu cosa fai, con quel piccolo becco, con quella goccia d’acqua?"
E il Colibrì risponde: Faccio la mia parte.

Sono passati 15 anni da quando ho scelto il mio nome d’arte: ero all’Ospedale dei Tumori, a Milano, a fare formazione come Clown Dottore. Una mamma ha chiesto al Dottor Baloo, il mio formatore: "E lui, come si chiama?" Così le ho mostrato il profilo, proprio il mio, che il profilo di F.B non esisteva ancora : "Piacere: Dottor Nasello." E lei ha sorriso.
"Cosa c’è da ridere?", ho chiesto.
La risposta era scontata: ci si rallegra sempre, di una nascita. E poi, come diceva Chopin, "chi NON SA RIDERE NON E’ UNA PERSONA SERIA."

Credo nella vita, seriamente. Non siamo mica pagliacci!, recitava la Mission di Theodora, la Fondazione che mi da l’opportunità, una volta alla settimana, di indossare il camice del DottorNasello. E siccome credo in ogni attimo di vita, non mi voglio troppo prendere sul serio.   Nasello è il mio secondo nome,  sentito, da lontano. Che da quel giorno di 15 anni fa ho sentito che il nostro non è un mestiere improvvisato; eppure dove imparando ad ascoltare, e ad ascoltarsi, nel profondo, all’improvviso nasce tutto: un dialogo, un gioco, un pianto, un sorriso o una canzone. Un incontro, insomma, di parole e di silenzi, di sguardi e di gesti, come nell’amore: anche pochi attimi, dove poi però ti chiedi chi ha dato e chi ha ricevuto, e nello scambio delle emozioni ti accorgi che è stato un grande dono per tutti, sì, un regalo, una ricchezza che vale  e non ha prezzo.

Sono un Nasello di Terra, e il naso è il mio punto di contatto, con tanti Ospedali Pediatrici che prima conoscevo soprattutto da fuori: dall’interno solo come paziente molto impaziente, e perché avevo lavorato 11 anni nelle case di Riposo. Fra anziani e bambini c’è un bel punto di contatto, che chiamerei libertà.

E infatti Nasello si sente libero, con quel Naso Rosso: la maschera più piccola del mondo, la chiamano. Una maschera speciale: ti aiuta a rivelarti, a mostrarti, a richiamare l’attenzione, a non poterti più nascondere dentro un Ospedale, fra decine di persone. E’ una luce che si accende, con un po’ di coraggio, come una presenza, a dire: io ci sono, se volete, sono qua con voi.   Già: a fare… la Mia Parte.

Pochi trucchi e niente inganni: sul mio naso già… speciale basta un po’ di rosso, un sottile cuore, disegnato, giusto.. un filo, per unirsi a un altro cuore. Ai trucchi preferisco le Magie: e le persone sono Magiche, il problema è... che non lo sappiamo, o ce lo dimentichiamo. Eppure, oltre a tanti globuli, nelle nostre cellule abbiamo ogni memoria: del coraggio e dell’abbraccio, del contatto, dell’addio e dell’incontro.      
  
Per gli indiani d’America "la medicina è saper toccare la bellezza della vita" e la bellezza è il valore irriducibile, la cura invisibile, la sostanza imprevedibile scoperta in ogni azione che sembra uguale all’altra, in una giornata apparentemente ordinaria: perché la bellezza è ... straordinaria!


Come del resto ci insegnano i bambini. E forse è per questo che più cresco più mi avvicino a loro.

"Un Adulto che e' in sintonia autentica coi bambini è veramente un 'grande' perché permette ai Bambini di diventare adulti senza snaturarsi" dice il dott. Piero Trucchi, supervisore della nostra equipe.


                                            

A volte me lo chiedo, cosa ne so io  dei bambini
Però a volte entro in una stanza e mi sento uno di loro
A volte poi sarebbe già l’ora di uscire ma sento che forse in quel momento  sono appena entrato.
E che quindi  sarebbe anche l’ora   ma non è il momento
Quelle volte,  a volte mi commuovo
Certi sguardi hanno occhi così profondi che quando si spalancano  
è bello volarci dentro.
Che a volte il mondo in ospedale gira così veloce  e allora io fermo le infermiere e gli domando
Com’è la situazione del reparto e loro mi guardano e secondo me (a volte) pensano:
"Ci mancavano anche i clown, oggi!"
A volte mi aggrappo a una mamma, a un papà, a una nonna.
O a tutti insieme e quindi è più giusto dire  mi aggrappolo
A volte riusciamo a trovare un gioco in coppia:
è come una canzone scritta a quattro mani, a mani libere
o un racconto a quattrocchi  o a tre lingue  in un fiato
e così, a volte,  mi sembra proprio quello
quello da inseguire, da afferrare, da scambiare,   proprio quello lì
quando si crea una… un…   o anche due
che prima, diciamo  una volta  non c’era



e per fortuna   ci sono più volte   





Una fortuna è stato il mio viaggio iberico: ad osservare, a lavorare, a confrontarmi coi colleghi spagnoli di Theodora.

Vai, e incontri questi amici, questa fortuna di far lo stesso mestiere, e raccogli con gli occhi,  vai così in cerca che ti concedi di fermarti, così arriva il resto, ciò che ti resta, questa temperatura ideale che sono abbracci sulla pelle, queste strette che allargano, che scendono e portano luce, che si mischiano nel profondo. Sono ore in cui ti sembra di vedere di più, di poter guardare anche il dolore, senza paura, come si vede al Prado un dipinto di Tiziano, di Rubens o Caravaggio, distante secoli  e vicino, come un emozione.

Nestor, in arte Dottor Sì, mi guida sotto le stelle all'Ospedale Gregorio Maranon di Madrid. Con lui, per la prima volta, farò l'esperienza dell' Accompagnamento Chirurgico.

Arriviamo al Piano dell’URPA: in basso al Cartello Unità di Rianimazione Post Anestesia c’è scritto: SOLO PODRAN VISITAR A LOS NINOS SUS PADRES (solo i genitori potranno visitare i bambini). In piccolo io aggiungerei: e i Dottori Sogni di Theodora.
Fase 1: Visita all’Urpa, Sala illuminata lievemente che può ospitare comodamente 6 letti.

Fase 2: Prendiamo le consegne dalle Infermiere su chi deve essere operato, in ordine di tempo, nella mattinata;

Fase 3: Saliamo nel Reparto indicato per aspettare vicino alla cameretta il bimbo o la bimba da accompagnare, poi scendiamo insieme ai genitori in ascensore.

Fase 4: Entriamo all’URPA. Ogni Reparto ha sedato i bambini con una prima anestesia, un leggero intontimento o mareo, dicono qui. E noi Cercheremo di stare nell’Onda, dice Nestor.

Fase 5: I bambini, prima di entrare al CHIROFANO, la Sala Operatoria, possono aspettare 20 minuti, o più. Il tempo è il cielo qui, non si vede ed è variabile. Assecondare nell’attesa il clima di rilassamento è ciò che può fare un Dottor Sogni.  E che i sogni siano buoni, e il risveglio migliore.

All’URPA possono arrivare altri bambini: di ritorno dal Chirofano o in arrivo dai Reparti, in attesa di operazioni in altre sale Operatorie: 4, con diversi gradi di intervento, dal più leggero al più grave, che trattano da casi nefrologici minori a lunghe operazioni al cuore

Usciti dal CHIROFANO, i Bambini si risvegliano nell’URPA coi loro tempi, a seconda della reazione dell’Anestesia, e coi loro modi, a seconda di come sentono i loro genitori, forse anche per come hanno ricevuto la comunicazione dell’Operazione e per come l’hanno interiorizzata. Nestor mi fa presente che la chiarezza è un elemento fondamentale, e che le piccole bugie tipo non ti fanno niente  o noi entriamo con te  sono apparentemente rassicuranti, con rischi di insofferenza e delusione successive  maggiori.

Ecco la prima famiglia in attesa. Rimango dalla porta ad osservare mentre Nestor si avvicina come un bel Lumacone. E’ la mia osservazione più lunga, finché Nestor, rivolgendosi ai 2 giovani genitori, mi presenta come lo stipite delle porta. Mi stacco leggermente, sì, la porta sta su da sola, e mi avvicino al nucleo. Il bimbo nel letto a 2 sbarre e 4 ruote si chiama Guillermo, ha 13 mesi, pelo chiaro e sguardo aperto: è la prima luce intensa del giorno. I genitori ci sorridono, sono loro i pilastri di una porta aperta e fiduciosa di una sala spoglia fino a poco fa, con gli attacchi per le flebo e tutto il resto che da 15 anni vedo nelle camere, fra tubi e fili che s’incrociano, e cateteri dal petto di bambini grandi come eroi  e monitor accesi e colori differenti e numeri di cui non so il significato.

Guillermo ci ha accolti subito, ha preso Nasellino, contento d’esser un pesce fuor d’acqua, e l’ha passato a Nestor, come un testimone. Poi ci sorride, i genitori ci guardano, vedono la mia sorpresa: dopo pochi secondi, il loro bimbo di 13 mesi sta giocando con 2 sconosciuti di 52 e 44 anni che non temono di spaventarlo. Sono allo specchio: al di qua e al di là delle sbarre, ci guardiamo, pieghiamo le gambette e ritorniamo retti, ci sorridiamo. Sì, prima  di un intervento chirurgico. Ecco cosa sono i Dottor Sorriso: persone che non devono far ridere ma rispondere a un sorriso che c’è già. E’ Guillermo che ci ha rassicurato, e la giornata potrebbe finire qui, con queste carezze date e ricevute, con e senza mani.
                                         
E invece incontreremo Pablo, che subito si volta e ci da la schiena, in braccio alla sua mamma, e dopo essersi fidato finirà per metterle il nostro naso rosso. C’è Maria, di origine Moldava che riceve un tappeto di bacini dalla mia assistente Porca Vacca, che in Spagna si è data il nome d’arte Vaca Loca. C’è Juan che mi chiede una magia e come ho fatto e se gli spiego il trucco, e Adrian che è il più grande, e ci segue con gli occhioni: è già un po’ che aspetta, forse è meglio chiacchierare, e allora gli dico che la signorina che si è presentata come Anestesista è la mia fidanzata anche se lei ancora non lo sa, e che un Principe come Adrian andrebbe risvegliato con un bacio, no gli dico UN bacio, che io  sono un po’ geloso.

In tutto questo lungo tempo, l’Onda che diceva Nestor si alza e si abbassa, e noi con lei cerchiamo di stare sulla cresta, poi ci avviciniamo, ci ritiriamo all’arrivo di Medici e Infermiere ma non sempre: è una danza dai passi sconosciuti eppure fiduciosa, dove senti che ti puoi  incontrare e non scontrare:  chi sarà a lanciare lo sguardo illuminante,      ad inventare il ritmo,  ad invitare a rimanere  o a lasciare lo spazio ad altri passi, leggeri, improvvisati eppure scritti, invisibilmente.

Ci sono due momenti particolarmente toccanti per queste famiglie:
il primo, quando l’anestesista consegna i fogli dell’Operazione perché siano sottoscritti. Già: e il tempo, la calma di leggerli? Perché, si può riflettere o casomai discuterne un po’? Gli sguardi dei genitori scorrono per pochi secondi sulle carte scritte così in piccolissimo da sembrare tutto una postilla, mi sembra che qualcuno pensi "vorrei fotografarla con lo sguardo, questa mappa, così dopo me la leggo". E invece è una prassi da firmare, con tante responsabilità, da parte di tutti, e l’impossibilità di non assumersi ognuno le sue.

Il Secondo: quando l’Anestesita o il Medico Chirurgo o l’accompagnatore di turno che ci permette di stare al suo fianco guardando il bambino dicono ai genitori: "Se volete dargli un bacio, così poi andiamo". E lì è tutto chiaro, e per qualcuno diventa improvvisamente scuro.
La differenza fra i genitori e i bimbi è che gli adulti trattengono meglio le lacrime, per non spaventare i figli, ma poi, spesso, finalmente cedono, in una Sala, fuori, riservata a loro. Le lacrime si mischiano ai sorrisi, ed escono, se devono uscire, se togli il tappo. Stiamo anche coi genitori, che in Ospedale si può ridere  ma nessuno ora ti può dire NON PIANGERE.

L’accompagnamento Chirurgico è tutto questo, e tanto altro. Niente di nuovo, e una cosa nuova, ogni volta. Tutto può cambiare, improvvisamente, e occorre adattarsi, tenere le antenne dritte. E’ stare coi piedi a terra, e sospesi, dentro la stessa bolla, una delle nostre infinite bolle, milioni, mai uguali una all’altra, milioni di respiri diversi per estenderle e agitarle, a riempirle di colori. Bolle a dividersi e poi unirsi, bolle per bussare, per entrare, bolle come balli, come inviti, come mani che si allungano, sorrisi che si allargano, imprendibili regali che durano sì, giusto un soffio, eppure  imperdibili.

Il risveglio avviene lentamente. Alcuni bambini sono infastiditi, dalla luce, dai rumori. Si lamentano. L’anestesia da le sue ultime scosse, vibra sulla pelle come una corrente, e ti fa sgranare gli occhi ancora appesantiti, torbidi di un fiume che deve solo scorrere.
   
In tutto questo defluire, ci sono stato dentro come un pezzo, un pezzo di un mosaico che puoi osservare meglio se ti allontani un po’, che adesso vedi chiaramente: è un ponte, un ponte di minuti, essenziali pezzi,  imperfetti, ma perfettamente messi uno accanto all’altro.
Se poi il ponte è colorato, è un arcobaleno.

Questo pezzo di vita condivisa si moltiplica. I miei colleghi, italiani e spagnoli, diventano le altre preziose lenti d’ingrandimento, posate proprio lì, sul cuore.
Il giorno del mio ritorno sono partito da Naron, nel Nord della Galizia dove abita Clara, la dott.sa Kateterina. Fuori, l’Atlantico, sotto le nubi e il temporale. Nella casa di Clara, scorgo 2 piastrelle; così le fotografo, perché l’immagine è arrivata, eccome, come quelle parole che ci metteranno un secolo  a ritrarci:  da una parte, a sinistra, il fiore è un bambino con la mano a salutare i genitori, che stanno dall’altra parte, ad aspettarlo.
In mezzo, quella riga, quel tempo di separazione che io credevo non poter fotografare. Quel disegno l’hanno fatto i nipoti di Kateterina: due bambini, naturalmente.

E’ sabato 28 Settembre, son 44 primavere, e autunni, inverni, estati della mia vita.
Clara mi riaccompagna all’aeroporto, e io guardo il cielo. Ed è… credibile, se mai fosse mancato: accanto a noi, fra i tanti ponti sopra il fiume, un arcobaleno, nitido di luce.




Dialogo fra la Dottoressa Irina Prina (I) e il Dottor Nasello (N)                                                          



I: Toc toc . . . Ce li avete 10 minuti  per noi?

N:  o anche . .  per voi?

I: Vogliamo solo spiegarvi… chi siamo…

N: Noi siamo… (INSIEME) Due Dottor Sogni

I: Vogliamo spiegarvelo perché spesso ci domandano…

N: Ma siete dottori veri?   (I: beh… così così, non proprio)

N: siete dei volontari?    (noooooo!)

I: Siete dei Pagliacci!    (N: Nzt!   )

I: Vabbè… dei Clown!   (Ma….)

Ma che cavolo siete?!  

… siamo dei… dottor Sogni!

I: E al mattino, quando ci svegliamo, mettiamo nella nostra valigia da dottore tutte le cose pulite che ci servono per fare la visita in Ospedale…

N: si, ma prendiamo solo lo stretto necessario…  

I: Sì, ma non tutte le mattine sono uguali…

N: e noi proviamo a descrivervi… una giornata tipo..

I: le giornate sono come gli incontri…

N: tutti diversi…

I: Arriviamo al Gaslini ed entriamo nello spogliatoio…

N: e ci cambiamo… per rimanere noi stessi!
I: Non abbiamo un copione   

N: non entriamo pensando a delle battute

I: però io vorrei dire la mia sui cellulari:

N: Sì: Istituiamo la giornata mondiale…

INSIEME: meno messaggi  e più massaggi!      

I: Ah… un bel respiro… e poi…

N: entriamo nel reparto!                                

I: C’è la caposala… possiamo chiedere a lei le consegne!

N: Come stanno i bambini?  I: è ancora ricoverata Gina?... sono saliti i globuli bianchi a…

I;…ah, già…

N:  E tu, cara, come stai?  

I: Potete andare da tutti… vi aspettano!

N: Ogni camera è diversa dall’altra

I: Coi nostri colori possiamo apparecchiare ogni volta…

N: … una diversa tavolozza!

I: All’ospedale puoi trovare tutto…

N: Vita, morte…

I: e qualcuno che crede anche ai miracoli…   

N: e noi siamo lì, nel mezzo, come api che portano in giro il polline da un fiore all’altro…

I: e i fiori sono i bambini…

N: le infermiere…

I: le mamme…

N: ciao mamma!

I: ciao papà! … & N: ciao nonna!

N: e il polline gira nell’aria e diventa un colore, un gioco, una storia…

I: noi siamo lì…   non solo per far ridere i bambini  

N: ma per sorridere con loro…

I: e quando ci riusciamo… siamo contenti…

N: a volte parliamo tutte e due insieme…

I: Poi a volte, improvvisamente, si sta in silenzio, così… anche un attimo…

N: può essere che non sai cosa dire…

I: O che ti sei fermato ad ascoltare…

N: le emozioni che escono…

I: e noi, cerchiamo di giocarci,  con le emozioni,  ma seriamente

N: e qualche emozione ti rimane addosso…

I: allora ti viene quasi naturale dopo… contraccambiare…

N: un bacio…

I:  Un abbraccio…

N:  è la cura che possiamo dare noi…

I:  fare le cose con cura…

N: avere cura delle persone…

I: credere nella forza di ognuno, come un passamano

N: come una potente medicina…

I: e anche un sorriso ti fa sentire più forte…      

N: Rimane lì, se tu lo vuoi. Pronto a spalancare… le altre porte!




Grazie: a tutti i miei colleghi, e tutti miei formatori: che la fratellanza va oltre ogni sangue.
"L’amore è volare insieme, ognuno con la sua libertà", dott.sa Kateterina

Grazie ad ogni infermiera, ad ogni secondo dedicato, curato, delicato. Perché siete le maglie delle rete, e senza il vostro con Tatto l’Ospedale sarebbe un posto freddo.

"Non so bene come far stare tutte le emozioni che in questi anni ho vissuto con voi, grazie a voi, Dottori Clown. Dottori Maghi forse sarebbe un modo più corretto per definirvi. Solo la vostra magia può portare una fiaba da raccontare nella stanza di una bambina terminale. Solo la vostra magia può trasformare la caduta dei capelli in un occasione per esorcizzare la paura e la rabbia. Solo la vostra magia può distogliere una mamma od un papà seppur per un solo istante dal dolore che sta vivendo. Solo la vostra magia può far sì che le infermiere impegnate nel giro visite si improvvisino modelle e protagoniste di un’improbabile sfilata di moda con altrettanti improbabili vestiti. Quando parlo di voi racconto di una ghiotta occasione che la vita mi ha donato. Mi avete insegnato che non è mai troppo tardi per una carezza, un abbraccio, un sorriso".  
                                                                                                                      Daniela Basso


Grazie bambini, e ragazzi di ogni età. Grazie nonni, grazie papà, grazie a ogni mamma animabella e a questa mamma di nome Rossella:

"Sei arrivato, dottor Nasello, col cuore pieno di gioia da regalare a chi tiene duro, col cuore contrito di genitore, che di gioia ne ha bisogno più delle medicine. Genitore che rassicura e assicura un poco di normalità ad un bimbo (il suo, Dio mio!). Ed io lì, girando quell'angolo di corridoio, ho sentito attraverso i tuoi giochi e la tua allegria, liberare la mia come una bambina, che può tornare a giocare felice. E tu, hai ascoltato anche quello che non dicevo. Ci hai guardati ed ho sentito andare via… con l'eco delle risate, tutto il peso chiuso in quello spazio, in quell’attesa.
Grazie a tutte le persone incontrate negli Ospedali: medici, maestre, volontarie. Grazie a chi ci supporta, e a chi ci sopporta. Siete un regalo senza fiocchi.
"Avevi sete, e ti ho dato dell’Acqua. Mi hai detto che avevi ancora sete, ti ho dato dell’acqua nel tuo bicchiere. Avevi ancora sete: ti ho dato dell’acqua nel tuo bicchiere, e sono rimasto lì con te."  Dottor Luca Manfredini e l’Equipe del Gaslini sulla Terapia del Dolore.


Mi chiamo Nasello, e la mia parte di vita al Gaslini è acqua: scorre su questi sentimenti, li riflette; a volte si mesce con le vite altrui, seppure per momenti. Succede quando un mio scampolo di pelle si sfrega accanto a un'altra e qualcosa resta addosso o magari mi penetra dentro, riuscendo a fare dai miei pori    il percorso inverso.






"CHI VIVE SENZA FOLLIA NON E’ COSI’ SANO COME CREDE"



Ludovica

Massimo Ivaldo
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