06/2003 - I Racconti del Dottor Nasello - Massimo Ivaldo

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5 giugno 2003

Massimo Ivaldo
Pubblicato da in Racconti ·
5 giugno 2003
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Ricomincio da dove finivo. Ieri pensavo che il dottor Nasello è presente tanto quanto Massimo è cosciente. Nasello è Massimo, Massimo è contento di essersi scoperto un po’ uomo pesce, con questa  attitudine a respirare l’aria un po’ diversa di un ospedale, l’aria da rigenerare, l’aria che ti rigenera quando oltre ad usare il naso mi tuffo anche con gli occhi, le orecchie e il cuore; con quell’abito colorato dentro in sintonia con un umanità di sentimenti variopinti, Massimo è contento che Nasello sia la sua parte non neutra.


Ieri con Irina, al Trapianto, lei che ammette, dopo aver spaventato un po’ il bambino, di aver fatto un intervento “un po’ di cacca”, io penso a tutti i palloncini che ho tirato, anziché passare, offrire, far volare. Io penso a volte a questi palloncini abbandonati che si scorano e quindi si sgonfiano, penso a una cosa facile come “ai bambini non servono cose ma relazioni, l’affetto del gioco”, serve che quel palloncino si animi, che ci faccia credere che non è un salamotto legato storto ma un cane che può farci compagnia anche quella notte, come così Nasello, che non è un medico, crei con le persone un momento, anche breve, in cui si possa credere di poter star meglio, anche dopo che è uscito.


Quando non mi do questa possibilità, sento che uscendo dalla stanza non ho lasciato nulla anche se ora il letto è ingombrato da sculture di lattice, che esco di spalle anche se guardo le persone che in quella stanza ci abitano, che ognuno un attimo dopo l’incontro ritorna subito alla sua solitudine.
Ieri, rinato il 4 giugno, sarei rimasto nel reparto anche più a lungo, nonostante l’ora, la fame, per scambiare ancora fra chi vive nelle stanze e nei corridoi di Oncologia. A dare lasciando dare, dire, fare, baciare, esprimere la gioia come il dolore, sentire i bambini nelle loro tanta libertà.


Perché poi io sarei uscito, di là. Io sto bene, io sto meglio, giusto così, metto in gioco le mie parti buone, sane, necessarie ai bambini, confido di stargli vicino con le mie ammaccate, sofferenti.
A volte la tentazione è ripetersi, confidare nell’idea precedente, nell’opzione appena promossa e subito riscontrare una chiusura, un rifiuto. Fino a scordare che non si può imporre una presenza, a dimenticare che ogni persona è quella persona e noi ancora non la conosciamo.
Esco cercando di non chiudere la porta come un sollievo, esco per poi ritornarci.
Come ogni bambini che “si apre” cerco di lasciarmi andare a sfruttare il meglio che c’è, di non applicare formule generali.    
Oggi è stato bello giocare anche con la mia collega e con le infermiere, non solo assistenti.



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